Il Blog di Storia e Memoria

Gennaio 27, 2009

Serve una rivoluzione ecologista

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 8:35 am

Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, accoglie con prudente soddisfazione l’annuncio della nuova politica energetica di Obama.
“Non ho dubbi sui disastri ambientali determinati dalla presidenza Bush. Adesso effettivamente quella pagina è stata voltata. Però bisogna andare avanti, bisogna sfogliare altre pagine per arrivare a concludere il processo di trasformazione epocale di cui vediamo solo l’inizio”.

È quello che lei chiama la terza rivoluzione industriale, un processo lento. Non si rischia di smarrirne il filo conduttore?
“Non è che l’elettricità ha sostituito il vapore da un giorno all’altro: sono cambiamenti epocali che procedono in maniera irregolare, con accelerazioni rapide in un’area e arretramenti in un’altra”.

Quali dovrebbero essere i prossimi passi della Casa Bianca per sostenere questo processo di cambiamento?
“Oltre alle centrali elettriche bisogna puntare sugli altri due pilastri della terza rivoluzione industriale. Prima di tutto intervenire sugli edifici non solo per limitare gli sprechi ma per compiere un salto tecnologico più impegnativo. Case e uffici devono produrre energia, non consumarla. Ormai la tecnologia per arrivare a questo risultato è a portata di mano: coibentazione, pannelli solari che avvolgono l’edificio, geotermia, energia dai rifiuti e anche il mini-eolico faranno sì che le case si trasformino in micro centrali elettriche”.

Il terzo pilastro?
“È la conseguenza logica del precedente. Il sistema che ho descritto ha una geometria profondamente diversa dall’attuale albero di distribuzione dell’energia elettrica, che segue il vecchio modello basato su alcuni grandi rami e i capillari a scendere. Nascerà l’internet dell’energia: una rete elettrica interattiva e decentrata, capace di leggere l’offerta e i bisogni che vengono da ogni punto creando in ogni momento la migliore sinergia possibile. È un modello più affidabile perché riduce i rischi di black out, più sicuro perché l’energia è prodotta sul posto, più democratico perché sostituisce il potere di pochi con il contributo di milioni di persone”.

Per arrivare a questo salto bisogna però rendere più convenienti le fonti rinnovabili: è quello a cui punta Obama.
“E infatti l’annuncio della Casa Bianca è un’ottima notizia. Ma, ripeto, è solo la premessa per un cambiamento che dovrà essere molto più radicale: senza la visione d’assieme, senza la capacità di pensare a lungo termine, il rilancio delle fonti rinnovabili rischia di restare privo di solide basi”.

Lei sarà sabato prossimo a Bologna per chiudere il festival dell’urbanistica presentando il manifesto per l’architettura del prossimo millennio. Sarà tutto centrato sulla questione energetica?
“Certamente. Oggi gli edifici consumano tra il 30 e il 40 per cento del totale dell’energia utilizzata, e producono un’equivalente percentuale di gas serra. Immaginare una trasformazione come quella che ho descritto vuol dire abbracciare un concetto di architettura nuovo e rivoluzionario. Se a questi elementi aggiungiamo l’uso dell’idrogeno come contenitore flessibile per l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili, otteniamo il quadro di una società post-anidride carbonica in cui vivere sarà molto più piacevole. Ed è anche il solo modello capace di rimettere in moto il sistema economico che si è inceppato”.

la Repubblica 27 gennaio 2009

27 gennaio 2009

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 8:29 am

Pensavamo di aver bandito la guerra dall’orizzonte della nazioni democratiche e invece nei giorni appena trascorsi l’abbiamo dovuta di nuovo guardare con i nostri occhi, abbiamo dovuto misurarci con la distruzione e il dolore, con la violenza cieca della guerra che non distingue responsabilità individuali.

Che questo giorno sia di memoria della Shoa e della tragedia delle guerre, di tutte le guerre. Che la memoria dell’orrore spinga a cercare disperatamente, ossessivamente altre forme di difesa e di relazione  tra gli uomini, a creare diverse forme collettive di azione contro chi pensa che la distruzione dell’altro sia la soluzione dei propri problemi, sia la porta aperta al raggiungimento dei suoi obiettivi.

Se il 1900 è stato il secolo delle guerre, ed oggi commossi e spaventati lo ricordiamo, lottiamo perchè il secolo 2000 sia il secolo della pace. 

 

Gennaio 9, 2009

Nonostante la memoria della guerra

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 12:32 pm

Il mondo è pieno di lampi e di angoscia per la guerra e per il terrorismo. Un’angoscia che è andata crescendo dopo l’11 settembre 2001, dall’Afghanistan all’Iraq: un’angoscia che attanaglia il cuore degli uomini e sembra paralizzare le intelligenze ed ottundere le coscienze, incapaci di imboccare il sentiero della ragione, nonostante l’esperienza e la memoria del massacro della seconda guerra mondiale.

Noi ci siamo illusi che quella fosse stata la lezione indimenticabile del mai più guerre e non abbiamo saputo impedire lo stillicidio di una ininterrotta serie di guerre regionali, di violenze locali, che hanno reso la seconda metà del secolo scorso non dissimile dalla sua prima metà. Ma l’angoscia di oggi non è quella di prima dell’11 settembre. Oggi l’angoscia ci deriva da una guerra che ben può definirsi il primo conflitto dell’Era globale. Una guerra che ha relegato nella marginalità tutte le violenze regionali precedenti, che ha ricadute su tutti i popoli tramite una strategia mediatica lugubre, di cui il terrorismo, che la guerra globale esprime, si avvale oltre qualsiasi limite di crudeltà umana, oltre i limiti di tutte le barbarie conosciute.
L’origine e lo sviluppo del terrorismo di oggi ripetono esattamente i processi di sviluppo della guerra e del terrorismo nazifascista. La guerra e le violazioni contro l’umanità, la guerra e il terrorismo, la guerra e le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, la guerra e la Risiera di San Sabba e Mauthausen, la guerra e la scuola di Beslan, la guerra e il metrò di Mosca, il teatro di Mosca, gli aerei di Mosca, la guerra e i cortili dell’Iraq, gli ostaggi sgozzati, la guerra e le strade di Israele e la stazione di Madrid e la metropolitana di Londra. [E la città di Dubai]
Non c’è dubbio, il terrorismo è la guerra. Il terrorismo è una sfida mortale che minaccia tutto il mondo. Nella lotta contro questa minaccia è indispensabile essere uniti, non c’è dubbio. Ma tutti debbono avere l’umiltà, prima, e il coraggio, poi, di confrontarsi e di dialogare e di percepire dove matura, dove avviene l’incubazione che precede l’esplosione del terrorismo.
Se le stragi del terrorismo servissero solo per una chiamata alle armi, significherebbe soltanto che gli uomini retrocedono nel buio dei secoli, che si degradano al livello tribale, che non hanno capito nulla della storia della carneficina della prima guerra mondiale, della carneficina della seconda guerra mondiale, del terrorismo del nazismo e del fascismo.
Le lacrime dell’anima non debbono appannare la capacità di capire, di scegliere, di agire tutti insieme. È, questa, la condizione perché l’efficacia contro il male comune sia massima. L’Europa con gli Stati Uniti, l’Europa e gli Stati Uniti insieme con le Nazioni Unite, l’Europa e gli Stati Uniti e le Nazioni Unite insieme con i popoli arabi e con l’Islam, per convincere i popoli arabi e l’Islam che hanno un avvenire diverso da quello del fanatismo, per convincerli che l’occidente non vuole imporre a nessuno i suoi modelli con i bombardamenti, che non ha in animo nessun colonialismo di tipo nuovo per impadronirsi delle risorse degli altri popoli.

Gianfranco Maris
Presidente dell’Aned e della Fondazione Memoria della Deportazione 

intervento al Convegno Fascismo Foibe Esodo Trieste 23 settembre 2004
 

Gennaio 3, 2009

Buon anno!

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 4:31 pm

Inizia con scene di guerra questo nuovo anno.

Chi, come noi, si ferma a ricostruire gli eventi di guerra degli anni passati della nostra storia e di quella dell’Europa non può che convenire sulla tragica inutilità della guerra e della violenza, sulla crudeltà di cancellare con determinazione umana i sogni, le speranze, le piccole gioie, i legami di affetto e di tenerezza degli individui e dei gruppi umani.

Che questi  lampi di inizio anno cedano il passo a un periodo di luce diffusa e pacata, ad una pace durevole e giusta nella terra di Palestina.

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