
Roma 16 ottobre 1943
Sono le 5,30 del mattino. E’ ancora buio. E’ sabato. Per la comunità ebraica è giorno di festa.
Davide! Davide! Scappa via, bello de mamma, scappa!
Oltre 130 tedeschi, fra SS e territoriali della Wermacht, iniziano la grande razzia nel vecchio ghetto di Roma.
Simultaneamente altre unità germaniche iniziano la caccia alle famiglie israelite nelle altre zone della città.
Nel giro di poche ore, alle 9.00, 1022 ebrei romani sono catturati: uomini, donne, vecchi, neonati, persone ammalate.
Due giorni dopo con un lungo convoglio di diciotto vagoni piombati partito dalla stazione Tiburtina, tutti i prigionieri vengono portati nel campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia.
Alla fine della guerra, torneranno in quindici: 14 uomini e una donna.
Tra loro nessuno degli oltre 200 bambini, tutti finiti, come gli altri, nelle camere a gas.
“Mamma mia non ne volle sapere di abitare alla Garbatella. Così ci trovammo una casa in affitto a Via della Reginella, proprio nel Ghetto.
La prima ondata razziale l’avevamo passata assai male. Ci hanno tolto tutto, non si poteva lavorare, non si poteva andare in giro in certe zone di Roma, non potevamo sentire neanche la radio.
Venivano i fascisti e ci appiccicavano sulle porte certi foglietti stampati che dicevano: questo negozio è ebreo.
Però, quando è venuto il 25 luglio ci credevamo proprio di avè finito, perché era cascato il fascismo. Ricordo che tutta Roma si riversò nel ghetto “potete uscire, siete liberi” ci gridava la gente.
Poi è arrivato l’8 settembre.
Non è possibile descrivere la fame di quei giorni, ci davano solo 100 grammi di pane al giorno, una cirioletta.
Quando è venuto il fatto dell’oro, credevamo che dando l’oro ai nazisti si risolvesse tutto.
C’era qualcuno di noi però, questo lo ricordo bene, che diceva”comprateci le armi , con l’oro. Difendetevi!”
Vennero a prenderci all’alba del giorno di festa, era sabato, a via della Reginella dormivano tutti. A me, mamma e Giuditta ci hanno portato ad Auschwitz. Sono stata un anno e mezzo poi ci hanno sposato a Bergen-Belsen e lì mi hanno liberato gli Inglesi. Per miracolo, perché li stavano eliminando tutti, non volevano lasciare prove.
Quello che ho passato non si può descrivere…
Ero come uno scheletro. Ad un certo punto le SS mi misero nel blocco degli esperimenti , facevano esperimenti sul tifo, scabbia. Io fui persino contenta perché ci davano un po’ più da mangiare… Sono tornata a Roma a settembre del 1945, Mamma, Giuditta, Ada e la piccoletta erano rimaste nel forno di Auschwitz .
A Roma sono arrivata con una tradotta militare e sono scesa alla stazione Tiburtina proprio da dove era partita. Gli ebrei a quel tempo avevano tutte le bancarelle fra Piazza Vittorio e via dello Statuto, così era pieno di bancarelle di ebrei
Io vedo una vicina di casa e la chiamo:” Ninetta! Ninetta!”
Mi chiedevano dei parenti, degli amici, dei figli…
Era una mattinata di sole.
Io mi chiamo Settimia Spizzichino. Avevo 20 anni.
Dal testo teatrale “Per non dimenticare” curato dall’Associazione Storia e memoria, rappresentato a Roma, Firenze, Barletta, Piombino, Margherita di Savoia, ispirato dal libro di Cesare De Simone Roma città prigioniera, Edizione Mursia