Il Blog di Storia e Memoria

Ottobre 21, 2008

La rifondazione della Patria

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 6:54 pm

 

E’ morto Vittorio Foa

Per ricordarlo mettiamo in evidenza la Lettera ai giovani che scrisse per l’Associazione Storia e memoria nel 2001.

“L’8 settembre 1943 avevo trentatré anni ed ero a Torino che è la mia città. Da soli quindici giorni ero uscito da un carcere dove ero entrato a ventiquattro anni per ragioni politiche. Avevo cospirato contro il fascismo che io odiavo fin da quando ero ragazzo…
L’8 settembre, quando fu annunciata la fine della guerra contro gli inglesi e gli americani e capimmo che i tedeschi sarebbero arrivati in armi per cancellarci, tutto cambiò. Attorno a me vidi negli occhi di ragazze e ragazzi una nuova volontà di azione, l’impegno per cacciare tedeschi e fascisti e dare all’Italia una convivenza democratica e una posizione attiva e aperta al mondo. Quella era la vera nostra patria. In quel giorno cominciò la Resistenza e capii che avevano un senso i miei lunghi anni di carcere per la libertà”.

Vittorio Foa

Ottobre 16, 2008

Roma: 16 ottobre 1943

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 7:58 am

Roma 16 ottobre 1943

Sono le 5,30 del mattino. E’ ancora buio. E’ sabato. Per la comunità ebraica è giorno di festa.

Davide! Davide! Scappa via, bello de mamma, scappa!

Oltre 130 tedeschi, fra SS e territoriali della Wermacht, iniziano la grande razzia nel vecchio ghetto di Roma.

Simultaneamente altre unità germaniche iniziano la caccia alle famiglie israelite nelle altre zone della città.

Nel giro di poche ore, alle 9.00, 1022 ebrei romani sono catturati: uomini, donne, vecchi, neonati, persone ammalate.

Due giorni dopo con un lungo convoglio di diciotto vagoni piombati partito dalla stazione Tiburtina, tutti i prigionieri vengono portati nel campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia.

Alla fine della guerra, torneranno in quindici: 14 uomini e una donna.
Tra loro nessuno degli oltre 200 bambini, tutti finiti, come gli altri, nelle camere a gas.

Mamma mia non ne volle sapere di abitare alla Garbatella. Così ci trovammo una casa in affitto a Via della Reginella, proprio nel Ghetto.
La prima ondata razziale l’avevamo passata assai male. Ci hanno tolto tutto, non si poteva lavorare, non si poteva andare in giro in certe zone di Roma, non potevamo sentire neanche la radio.
Venivano i fascisti e ci appiccicavano sulle porte certi foglietti stampati che dicevano: questo negozio è ebreo.
Però, quando è venuto il 25 luglio ci credevamo proprio di avè finito, perché era cascato il fascismo. Ricordo che tutta Roma si riversò nel ghetto “potete uscire, siete liberi” ci gridava la gente.
Poi è arrivato l’8 settembre.
Non è possibile descrivere la fame di quei giorni, ci davano solo 100 grammi di pane al giorno, una cirioletta.
Quando è venuto il fatto dell’oro, credevamo che dando l’oro ai nazisti si risolvesse tutto.
C’era qualcuno di noi però, questo lo ricordo bene, che diceva”comprateci le armi , con l’oro. Difendetevi!”
Vennero a prenderci all’alba del giorno di festa, era sabato, a via della Reginella dormivano tutti. A me, mamma e Giuditta ci hanno portato ad Auschwitz. Sono stata un anno e mezzo poi ci hanno sposato a Bergen-Belsen e lì mi hanno liberato gli Inglesi. Per miracolo, perché li stavano eliminando tutti, non volevano lasciare prove.
Quello che ho passato non si può descrivere…
Ero come uno scheletro. Ad un certo punto le SS mi misero nel blocco degli esperimenti , facevano esperimenti sul tifo, scabbia. Io fui persino contenta perché ci davano un po’ più da mangiare… Sono tornata a Roma a settembre del 1945, Mamma, Giuditta, Ada e la piccoletta erano rimaste nel forno di Auschwitz .
A Roma sono arrivata con una tradotta militare e sono scesa alla stazione Tiburtina proprio da dove era partita. Gli ebrei a quel tempo avevano tutte le bancarelle fra Piazza Vittorio e via dello Statuto, così era pieno di bancarelle di ebrei
Io vedo una vicina di casa e la chiamo:” Ninetta! Ninetta!” 

Mi chiedevano dei parenti, degli amici, dei figli…
Era una mattinata di sole.
Io mi chiamo Settimia Spizzichino. Avevo 20 anni.

Dal testo teatrale “Per non dimenticare” curato dall’Associazione Storia e memoria, rappresentato a Roma, Firenze, Barletta, Piombino, Margherita di Savoia, ispirato dal libro di Cesare De Simone Roma città prigioniera, Edizione Mursia

Ottobre 5, 2008

Rispetto alle vittime di una causa sbagliata

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 8:40 am

Mettiamo in evidenza il bel commento di Vincenzo Ciampi  all’articolo Io, ex ragazzo di Salò. Il titolo è nostro.

Non so se è stato il Prof. Di Federico a postare questo estratto o, come è probabile, la Redazione. Rispondo comunque a lui, che forse leggerà, perchè nel blog del mio sito , www.vincenzociampi.it, da circa un mese sono questi gli argomenti dominanti.Lo sono anche nella cronaca politica degli ultimi tempi, ma credo sia più importante cogliere il desiderio diffuso di recuperare alla memoria una miriade di esperienze, di drammi, di episodi legati comunque a un periodo drammatico, nel quale emerse il meglio e il peggio della natura umana.Frammenti di memoria che andrebbero dispersi irrimediabilmente, se anche a distanza di anni non vi fosse qualche testimone a salvarli, senza necessità di inserirli in best-seller, o di farne oggetto di speculazione politica. Noto in quella storia la dignità estrema dei genitori di questo testimone, il loro amor di patria; la stessa nobiltà che emerge dal racconto dedicato ad un mio zio, ufficiale italiano e volontario, che tornato dalla Russia con la Croce di Ferro, sfuggì miracolosamente , dopo l’8 settembre ad un plotone di esecuzione tedesco, esndosi rifiutato di combattere con loro; ma invece di tornare a casa andò a Cassino a combattere dalla parte degli Alleati. Oggi non è più difficile, come un tempo, restituire dignità e rispetto a tutte le vittime che operarono in buona fede una scelta, per la propria concezione dell’onore e del patriottismo. Possiamo farlo tranquillamente senza condividere quella scelta, perchè la guerra di allora non è più necessario vincerla, nè è auspicabile combatterla ancora. Non provo personalmente nessun risentimento o disprezzo nei confronti di chi, all’epoca, era portato a considerare “traditori” i partigiani, per fedeltà ad un’alleanza - quella con i tedeschi - di cui solo ad anni di distanza potè conoscere i retroscena peggiori, come i campi di sterminio nazisti. L’onestà di quelle persone è comprovata dal loro rifiuto di combattere contro altri italiani partecipando volontariamente alle operazioni di repressione e rappresaglia. Per questo credo che che il Prof. Di Federico abbia fatto bene a ricordare, recuperare e difendere la loro memoria. Ne ha diritto. Così come continueranno a fare i discendenti di coloro che sono caduti nella Guerra di Liberazione. Dovrebbe essere chiara, nel XXI secolo, la differenza fra una causa sbagliata e le molteplici motivazioni individuali che hanno portato molti individui a difenderla. Orribile era la Repubblica Sociale, indissolubilmente legata al nazismo, non certo tutti gli italiani che ad essa hanno aderito. Non ha la stessa onestà, invece, chi - dall’alto di cariche istituzionali - fa l’operazione contraria, riconoscendo la giustezza di una causa, ma separando da essa la maggior parte di coloro chi si erano schierati per difenderla. Ascoltiamo così affermazioni di questo genere: “Tutti i democratici erano antifascisti, ma non tutti gli antifascisti erano democratici”. In questo, si riferisce ovviamente a chi operò da partigiano perchè comunista. Cosicchè quella frase, nella sua sofistica “eleganza”, altro non vuol dire che: “La Resistenza era cosa buona e giusta , peccato che ci fossero i partigiani”.
Altro che “pacificazione”…

Vincenzo Ciampi

Ottobre 4, 2008

Io, ex ragazzo di Salò…

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 9:44 am

Nel 1944, quando avevo solo 12 anni, pensavo che fosse un disonore aver cambiato alleati nel corso della guerra e che questo disonore doveva essere «lavato, se necessario, anche con il proprio sangue» (erano le parole allora in uso che io seguitavo a ripetermi). Volendo arruolarmi andai al comando delle Brigate Nere che, a Bologna, aveva sede in Via Manzoni. Presero i miei dati personali, indirizzo compreso, e avvertirono subito mio padre (abitavamo molto vicino e cioè nell’ufficio di mio padre in Palazzo d’Accursio, dopo che la nostra casa era andata distrutta dai bombardamenti). Mio padre mi disse che ero troppo giovane per fare il soldato e che comunque chi vuol farlo non sceglie un corpo di polizia politica, come le Brigate Nere, ma un regolare corpo dell’esercito «in grigio verde».
Allora non riuscii a capire perché, ma ne tenni conto. Il mio secondo tentativo fu fatto all’inizio del 1945. Andai questa volta al comando della Decima Mas e riuscii a convincere il capitano Simula ad arruolarmi (ricordo il suo nome perché è scritto sul modulo del reclutamento che ancora conservo). Per convincerlo gli mostrai il giornale che riportava il decreto firmato da Mussolini con cui si autorizzava l’arruolamento dei minori di 16 anni, gli dissi che i miei genitori erano entrambi morti sotto i bombardamenti e che vivevo ospite di parenti non stretti che erano molto seccati di doversi occupare di me (le condizioni di devastazione in cui versava Bologna gli impedivano di controllare). Con una certa riluttanza mi firmò il foglio di via per Milano (Piazza Fiume) dove sarei dovuto andare con mezzi di fortuna. Come a qualsiasi altra recluta mi offrì una razione di sigarette e 500 lire. Con sdegno rifiutai l’offerta «perché quello che facevo non lo facevo per avere compensi», ed insieme con un altro ragazzo, senza una lira in tasca, mi avviai alla volta di Milano ove giunsi quattro o cinque giorni dopo. Ben presto fui riportato dai miei genitori.
Con l’arrivo delle truppe alleate, il 21 aprile 1945, dovemmo fuggire la notte stessa, per evitare che mio padre fosse, senza ragione alcuna, sommariamente giustiziato (che questa fosse l’intenzione dei partigiani ci era stato detto dal comandante dei vigili urbani che aveva con loro rapporti). Mio padre fu comunque epurato sino al 1953, e per 8 anni vivemmo prima in uno scantinato e poi in una soffitta.
Dopo la guerra la mia famiglia ed io ci rifiutammo di credere che i nostri alleati tedeschi avessero organizzato campi di sterminio. Era la propaganda dei vincitori. Ci ricredemmo solo quando tornò dall’America il fratello di mia madre che ci disse che era tutto vero (a lui non potevamo non credere). Fu un vero shock per tutti noi.
Per comprendere appieno i sentimenti che ispiravano i comportamenti della mia famiglia, e quindi anche i miei, ricordo che vari anni dopo la fine della guerra trovai la mala copia di una lettera che mio padre, congedato dall’esercito nel luglio 1943, aveva scritto all’inizio del 1944 ad un colonnello, suo ex commilitone, che lo sollecitava ad entrare nelle forze armate della Repubblica di Salò. Nella sua lettera mio padre diceva che si augurava la vittoria dell’Asse, ma che non poteva accettare. Per quanto considerasse i partigiani dei traditori non avrebbe potuto mai sparare contro un altro italiano.
Per molti anni mi sono tenuto lontano dalla politica, le esperienze fatte dalla fine della guerra me lo impedivano. Solo nel 1956, a Londra mi sono avvicinato alle idee socialiste. Ma di politica attiva non ne ho fatta fino alla metà degli anni ‘60 dopo tre anni di permanenza negli Stati Uniti.
Io, per mio conto, sono ancora orgoglioso delle scelte che feci allora, pur avendo da moltissimi anni coltivato idee politiche ben lontane da quelle della Repubblica di Salò. Ne sono orgoglioso perché ora come allora cerco ancora di fare le cose in cui credo senza curarmi troppo delle mie convenienze.

 

Giuseppe Di Federico
Professore emerito di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna
ed ex consigliere del Csm

da Il Giornale 4 ottobre 2008

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