Il Blog di Storia e Memoria

Maggio 29, 2008

Cefalonia:lungo i sentieri della guerra

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 9:48 am

A Roma altri giovani sono saliti sull’autobus dove si trovavano gli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale “Marconi” di Pontedera (Pi). Si tratta di studenti provenienti da alcune scuole dal Lazio per affrontare un viaggio sui luoghi dove si è compiuto il primo atto di Resistenza del dopo 8 settembre: Cefalonia. Un lungo viaggio da intraprendere con la consapevolezza di dover studiare una pagina dolorosissima della storia contemporanea del nostro Paese. Gli studenti sono coscienti che i fatti di Cefalonia sono la conseguenza dello sfascio di una nazione e nello stesso tempo sono il segno di un nuovo inizio, l’inizio della rifondazione della patria. L’Italia sembrò disintegrarsi nel giro di pochi mesi e solo l’eroismo di alcuni ne salvarono l’onore, nonostante il sacrificio di molti tra il 1944 e il 1945. Studiare i fatti che portarono alla carneficina di migliaia di soldati italiani da parte della Wermacht ha fatto emergere l’incapacità dei vertici militari e politici che abbandonarono i soldati di stanza a Cefalonia al loro destino e ai loro eroismi.
Una pagina triste e nera della storia italiana, che solo la forza e la volontà dei sopravvissuti ha tenuto viva in questi anni. Adesso il testimone della memoria sta passando ai giovani, perché non abbiano più a ripetersi drammi simili a quello di Cefalonia e perché i giovani possano costruire un Paese diverso e lanciato verso un futuro di pace.
I giorni trascorsi sull’isola hanno rappresentato, per i giovani studenti, un momento di approfondimento e di impegno altamente significativo per la loro formazione. La curiosità è stata compagna di viaggio, tanto che non appena c’era la possibilità di parlare con qualche vecchio abitante di Argostoli i ragazzi accendevano la telecamera e cominciavano con le domande. Ioannis aveva appena 10 anni quando gli italiani invasero l’isola. Mentre la telecamera inquadrava la sua faccia rotonda e allegra, ha raccontato serenamente estraendo dalla sua memoria i lontani ricordi, quando, appena decenne, venne “adottato” dai militari italiani che lo rivestirono, gli dettero delle scarpe e da mangiare per poi inviarlo nella scuola che avevano aperto. Un piccolo balilla greco che, duramente richiamato dal padre perché gli italiani erano i nemici, rispondeva continuamente che in questo modo riusciva a mangiare! Ioannis era il più piccolo di sette fratelli e viveva nelle campagne con qualche animale e una fame nera. Ha ricordato che passando davanti ai militari cantava “faccetta nera” o faceva il saluto al Duce e si sentiva rispondere dai militi: “pastasciutta!”. I ragazzi si sono intristiti di fronte a questa storia, e hanno capito che l’Italia si era ormai dissolta e i soldati non avevano aderito convintamene ad una guerra che sentivano estranea. Durante il soggiorno è stata fatta visita al museo della Divisione Acqui dove si è riflettuto osservando gli oggetti quotidiani dei soldati: gavette con incisi a futura memoria i nomi e le frasi, posate di latta ed elmetti, filo spinato anti-assalto e gagliardetti dei vari reparti, armi arrugginite e bossoli di bombe, diari di giovani soldati con un’età vicina a quella degli stessi studenti, fascicoli di ricordi dei superstiti, foto e lettere di fidanzate e mamme di chi stava andando verso la morte pur di salvare l’onore e il giuramento fatto ad un re che li aveva abbandonati al loro destino.
Vera emozione ed un groppo in gola hanno attanagliato i partecipanti al viaggio durante il momento di visita e riflessione in uno dei luoghi, in località Troianata, dove si svolse l’uccisione di centinaia di soldati ai quali i tedeschi della Wermacht avevano promesso una sosta per rifocillarsi e per scrivere alle famiglie. Improvvisamente i soldati italiani videro apparire le mitragliatrici, nascoste sotto i teloni dei camion, che cominciarono a sparare sul gruppo di militari intenti a riposare.
La voce di un giovane comincia a leggere il ricordo di un sopravvissuto:

L’improvvisa sosta in una specie di vallone longitudinale, ai margini del cosiddetto “campo dei pozzi”, fece pensare a tutti che quella località dovesse essere il loro provvisorio campo di concentramento.
All’improvviso da tutti i lati, dai muriccioli e dalle siepi circostanti, si accese contro di loro un infernale fuoco di mitragliatrici.

E la tragica conclusione, nonostante intorno al gruppo vi siano campi verdi e fiori, strozza nella gola la commozione:

Rantoli e gemiti si udivano ancora! I tedeschi gridarono: Chi è ancora vivo venga fuori! Avrà salva la vita. Con un ultima raffica di mitraglia, li finirono tutti!

Vennero uccisi 631 soldati del 1° battaglione del 17° fanteria.
La lettura di brani tratti dai libri di memoria degli scampati e dei greci testimoni oculari della strage, così come la preghiera del parroco cattolico di Argostoli ha unito il gruppo nel ricordo e nella riflessione su ciò che fu la Seconda guerra mondiale e le parole della Preghiera del Soldato disperso in guerra hanno echeggiato una lunga disperata invocazione

Signore, tu che solo conosci la mia sorte
e tutto il dolore del mondo,
conforta mia madre e mio padre,
consola la mia sposa e proteggi i miei figli…

…concedi, ora, questa grazia
a chi si è perso nel turbine della guerra,
senza lasciare traccia:
ti prego, Signore, per il mio ultimo riposo,
fammi tornare in seno alla terra natia.

Anche calpestare la terra che aveva raccolto il sangue dei soldati poco più grandi di loro, fa avvertire agli studenti il bisogno di recitare una riflessione scritta di propria mano e letta da Marco:

Proveniamo da un territorio che ha subito l’occupazione tedesca e stragi nazifasciste sulla popolazione civile. Il nostro Istituto è impegnato a mantenere viva la memoria attraverso lo studio della storia contemporanea. Questo viaggio a Cefalonia ha il duplice scopo di studio e di pellegrinaggio. A Cefalonia si è consumata una terribile strage, conseguenza del fascismo e della guerra di invasione. A Troianata vogliamo ricordare gli eroici soldati che hanno dato la loro vita perché noi potessimo essere qui e vivere felici e senza guerre. Vogliamo ricordare tutti coloro che hanno dato la vita per liberare l’Italia. Vogliamo ricordare tutti i morti delle guerre.

L’abbandono dei soldati italiani da parte dei vertici militari e politici ha creato forte disorientamento. La discussione si è incentrata spesso su questo delicato aspetto che, negli anni seguenti, ha impedito che la memoria rendesse giustizia del martirio di migliaia di militari regolari inviati ad occupare la Grecia.
Dall’occupazione alla terribile morte per mano dei tedeschi, fino al seppellimento nelle fosse comuni e all’affondamento dei corpi dentro i pozzi la cui acqua veniva utilizzata dai contadini per annaffiare i campi ed abbeverare le bestie. Prima però di questo ultimo scempio i corpi dei militari rimanevano esposti alla vista di tutti i passanti, a monito della popolazione civile e dei partigiani.
Il gruppo si è poi incamminato lungo i sentieri che portavano alle postazioni militari italiane dell’isola. Da queste alla fossa, nei pressi della “Casetta rossa” dove vennero ammazzati decine di ufficiali.

Ci portarono verso la periferia di Argostoli, in una località chiamata “casetta rossa”, Appena entrati ci venne incontro il cappellano Don Romualdo Formato che ci disse: ” Cari ragazzi, è la fine” I tedeschi ci insultavano continuamente: Verrater (traditori) e ci invitavano ad uscire 4, 8, 12 alla volta salendo su nostre autocarrette che ci portavano al posto di esecuzione… Il plotone di esecuzione era formato da una squadra di 24 soldati tedeschi, dei quali 9 a turno seguivano la fucilazione di 4 ufficiali alla volta, poi il sottufficiale tedesco passava a dare il colpo di grazia. Noi sentivamo intanto le scariche che uccidevano i nostri.

Rende testimonianza un piccolo spazio, pulito e con una semplice lapide a ricordo della strage, cinta da una bassa recinzione scavalcata dagli studenti per immergersi nel luogo del dolore e dell’orrore. Silenzio e ancora silenzio per la cinquantina di ragazzi del gruppo che si sono avventurati in questo percorso di tristezza e di memoria dove ciascuno ha voluto vivere le proprie emozioni nella propria intimità per lasciare la riflessione ai momenti di analisi collettiva durante i trasferimenti da una località all’altra.
Fermarsi a visitare i resti delle postazioni strategiche come quelle di Kardakata o nei pressi di Argostoli, sui monti impervi dell’isola per il controllo delle coste e della penisola di Paliki, sono stati momenti durante i quali non solo è stato possibile ascoltare l’evolversi dei fatti, ma gli studenti hanno potuto immedesimarsi nei protagonisti di quei giorni. Anche il ritrovamento di una moneta o di qualche pezzo di filo di ferro diventa per loro motivo di discussione e di immaginazione su cosa fu la vita in quei fortini piazzati a guardia di una terra straordinariamente bella e di un mare stupendo che rimanda i pensieri alla gioia della vita e ai giochi con l’acqua dell’infanzia e della giovinezza spensierata.
Di grande emozione il momento più “ufficiale” del viaggio-studio, quando sono stati commemorati i militari al Monumento ai Caduti della Divisione Acqui ad Argostoli, sulla Cima Telegrafo. Gli studenti hanno letto alcuni brani tratti dai diari dei sopravvissuti e alcune considerazioni proposte dagli storici.

La sera del 21 settembre avemmo la sensazione che la situazione stesse precipitando.
La mattina del 22 all’alba decidemmo di renderci conto della realtà. Giunti nelle vicinanze della carrozzabile udimmo il crepitio di raffiche di mitra e delle grida. Ci avvicinammo ancora di più e assistemmo ad uno spettacolo terrificante. Soldati nostri che correvano avanti e indietro e che si buttavano a mare per ripararsi tra gli scogli, stretti tra due pattuglie di soldati tedeschi che , sparando a raffica, li stendevano a terra nella polvere e nel sangue. I nostri gridavano con le mani alzate: no!no! Come a dire: non vedete che ci arrendiamo? Noi restammo impietriti e cercammo un nascondiglio…

Con esecuzioni di massa, dal giorno 20 vengono uccisi migliaia di ufficiali, sottufficiali e uomini della truppa; è vietato seppellire i cadaveri, che sono bruciati o fatti scomparire in mare. Migliaia di superstiti muoiono in mare dentro le stive di navi saltate sulle mine mentre sono condotti ai luoghi di prigionia. La Wermacht spara sui naufraghi.

…E il limpido azzurro mare di Cefalonia si ricopre di una sterminata moltitudine di cadaveri…
Per parecchie notti illuminano il cielo dell’isola sinistri bagliori di molti roghi. Soprattutto nelle vicinanze dei centri abitati, centinaia e centinaia di salme, accatastate in vere montagne e abbondantemente impregnate di benzina, bruciano a lungo. Altrove, specialmente nelle montagne e sui monti, i cadaveri sono lasciati sul posto in pasto alle belve notturne, ai cani ad agli uccelli.

L’emozione di fronte a questi ricordi si è sciolta in un canto di pace, in una invocazione che è stata quella di tanti giovani prima di loro, da BLOWIN’ IN THE WIND di Bob DYLAN

Quanti cannoni dovranno sparar e quando
la pace verrà?
Quanti bimbi innocenti dovranno morir,
e senza sapere il perché?
Quanto giovane sangue versato sarà,
finché un’alba nuova verrà?

Risposta non c’è e forse chi lo sa,
caduta nel vento sarà.

La nave si è allontanata lentamente dal piccolo porto di Argostoli e gli studenti si sono sparsi lungo le balconate del ponte. Hanno osservato l’isola dove i loro avi hanno lasciato gli eroismi per consentire loro di vivere liberi e felici. L’Italia non ha perso l’onore grazie a questi uomini e si è riscattata, almeno in parte, davanti agli occhi del mondo.
I giovani hanno raccolto il testimone e racchiuso nel loro cuore la voglia di non dimenticare e di impegnarsi il più possibile nello studio della nostra storia perché episodi come l’eccidio di Cefalonia non abbiano a ripetersi.

Daniela Bernardini e Luigi Puccini
docenti di Lettere e Storia presso l’ITIS “G. Marconi” di Pontedera (Pisa)

 

Abbiamo ricevuto questo commento sulla pagina Intro. Lo pubblichiamo anche a commento di questo articolo:

  1. ragazzi grazie a storia e memoria ho fatto il viaggio più bello della mia vita… ringrazio tutti per aavermi permesso di passare i 3 giorni più belli della mia vita… storia e memoria non è lla solita storia… dei libri delle enciclopedie..
    storiae memoria ti aiuta ad entare nella storia… a capirla a commentarla a viverla…storiae memoria da molto a tutti i ragzzi

    Commento di Rachele — Maggio 27, 2008 @ 10:54 am |Modifica

Maggio 9, 2008

8 maggio 1945 “Ecco alfine terminata…”

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 4:40 pm

   Un percorso: Cefalonia primo atto della Resistenza

   Un percorso: La fabbrica di una democrazia

  

 

“ECCO ALFINE TERMINATA questa guerra che, durante quasi sei anni, ha tenuto l’Europa nella stretta delle più atroci sofferenze e delle più amare tristezze. Un grido di riconoscenza umile e ardente sgorga dal più profondo del Nostro cuore verso «il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione» (2Cor 1,3). Ma il Nostro cantico di azioni di grazia si accompagna con una preghiera supplichevole per implorare dalla onnipotenza e dalla bontà divina il termine, secondo giustizia, delle lotte sanguinose anche nell’Estremo Oriente.

Inginocchiati in spirito dinanzi alle tombe, ai burroni sconvolti e rossi di sangue, ove riposano le innumerevoli spoglie di coloro che son caduti vittime dei combattimenti o dei massacri disumani, della fame o della miseria, Noi li raccomandiamo tutti nelle Nostre preghiere e specialmente nella celebrazione del Santo Sacrificio, al misericordioso amore di Gesù Cristo, loro Salvatore e loro Giudice. E Ci sembra che essi, i caduti, ammoniscano i superstiti dell’immane flagello e dicano loro: Sorgano dalle nostre ossa e dai nostri sepolcri e dalla terra, ove siamo stati gettati come grani di frumento, i plasmatori e gli artefici di una nuova e migliore Europa, di un nuovo e migliore universo, fondato sul timore filiale di Dio, sulla fedeltà ai suoi santi comandamenti, sul rispetto della dignità umana, sul principio sacro della uguaglianza dei diritti per tutti i popoli e tutti gli Stati, grandi e piccoli, deboli e forti.

La guerra ha accumulato tutto un caos di rovine, rovine materiali e rovine morali, come mai il genere umano non ne ha conosciute nel corso di tutta la sua storia. Si tratta ora di riedificare il mondo. Come primo elemento di questa restaurazione, Noi bramiamo di vedere, dopo una così lunga attesa, il ritorno pronto e rapido, per quanto le circostanze lo permettono, dei prigionieri, degl’internati, combattenti e civili, ai loro domestici focolari, verso le loro spose, verso i loro figli, verso i loro nobili lavori di pace.

A tutti poi Noi diciamo: Non lasciate piegare la vostra energia né abbattersi il vostro coraggio; dedicatevi ardentemente all’opera di ricostruzione, sostenuti da una robusta fede nella Provvidenza divina. Mettetevi al lavoro, ognuno al suo posto, risoluto e tenace, col cuore animato da un generoso, indistruttibile amore del prossimo. È ardua, certamente, ma è pur santa la impresa che vi attende per riparare gl’immediati e disastrosi effetti della guerra: vogliamo dire il disfacimento dei pubblici ordinamenti, la miseria e la fame, il rilasciamento e l’imbarbarimento dei costumi, l’indisciplinatezza della gioventù. In tal guisa, a poco a poco, voi preparerete alle vostre città e ai vostri villaggi, alle vostre provihce e alle patrie vostre, una sorte più accettevole e il vigore di un sangue rinnovato.

Fugata dalla terra, dal mare, dal cielo la morte insidiatrice, assicurata ormai dall’offesa delle armi la vita degli uomini, creature di Dio, e quanto ad essi rimane dei privati e dei comuni averi, gli uomini possono ormai aprire la mente e l’animo alla edificazione della pace.

Se noi ci restringiamo a considerare l’Europa, ci troviamo già dinanzi a problemi e a difficoltà gigantesche, di cui bisogna trionfare, se si vuole spianare il cammino a una pace vera, la sola che possa essere duratura. Essa non può infatti fiorire e prosperare se non in una atmosfera di sicura giustizia e di lealtà perfetta, congiunte con reciproca fiducia, comprensione e benevolenza. La guerra ha suscitato dappertutto discordia, diffidenza ed odio. Se dunque il mondo vuol ricuperare la pace, occorre che spariscano la menzogna e il rancore e in luogo loro dominino sovrane la verità e la carità.

Innanzi tutto pertanto supplichiamo istantemente nelle nostre preghiere quotidiane il Dio d’amore di adempire la sua promessa fatta per bocca del profeta Ezechiele:.«Io darò loro un cuore unanime, un nuovo spirito infonderò nel loro interno, e strapperò dalle loro viscere il cuore di sasso e vi sostituirò un cuore di carne, affinché camminino sulla via dei miei precetti e osservino i miei giudizi e li mettano in pratica, ed essi siano il mio popolo e io sia il loro Dio» (Ez 11,19-20). Che il Signore si degni di destare questo spirito nuovo, il suo spirito, nei popoli e particolarmente nel cuore di coloro, cui è affidata la cura di ristabilire la futura pace! Allora, e allora soltanto, il mondo risuscitato eviterà il ritorno del tremendo flagello e regnerà la vera, stabile e universale fratellanza e quella pace garantita da Cristo anche in terra a chi nella sua legge d’amore vorrà credere e sperare”.

Radiomessaggio di Pio XII per la fine della guerra in Europa, a tutto il mondo, 9 maggio 1945

Una data “nostra”: il 25 aprile

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 4:36 pm

   Un percorso: Cefalonia primo atto della Resistenza

   Un percorso: La fabbrica di una democrazia

 

Quando gli italiani scelsero un giorno diverso da tutti gli altri europei per ricordare la guerra più grande, compirono un atto di umiltà e di dignità insieme. Di umiltà perché riconobbero che non potevano condividere memorie con gli altri paesi, dal momento che in tutto il mondo “fascismo” era parola italiana. Di dignità, perché vollero indicare che, nella culla del fascismo e nella loro terra del suo più largo consenso, c’era stata una specifica via nazionale di contrasto e di alternativa. Fu così che il 25 aprile è stata sempre una data tutta “nostra”. In primo luogo perché quella terribile e insensata guerra era stata anche una guerra intrinsecamente anti-italiana.
Scatenata dal fascismo contro i nostri interessi nazionali, aveva lasciato una scia di lutti e distruzioni dalla Sicilia alle Alpi: quasi a segnare una nostra unità popolare nella tragedia.
Ma aveva anche opposto italiani ad italiani, dissipando la coscienza di un destino comune.
Data “nostra” anche perché la Resistenza italiana, attiva o passiva, al fascismo aveva avuto un suo carattere specifico. Per gli altri paesi d’Occidente era stato un fatto politico-militare di liberazione, per tornare ad una loro consolidata democrazia. Per noi, che avevamo avuto un consenso di massa al fascismo, fu diverso. La insurrezione, come ha scritto Giorgio Bocca, fu “totalmente politica”, perché coincideva con “la fabbrica di una democrazia”.
Quella democrazia di massa che non avevamo mai conosciuto.
È la conclusione cui giunge anche Pietro Scoppola. Quando scrive che la nostra Resistenza fu un “evento rivoluzionario come fatto”. Ma che il suo esito fu il superamento della “cultura della rivoluzione” per arrivare a una piena cultura della democrazia. Ci fu insomma in quella vicenda una densità di ragioni politiche tutte italiane, una peculiare urgenza d’andare oltre il fatto militare, mentre ancora si combatteva, di costruire qualcosa a cui approdare, dato che non potevamo andare indietro perché non avevamo nulla da restaurare. La Resistenza fu dunque anche soprattutto una prima fase costituente, la premessa e la promessa di una Costituzione democratica. Perciò forse non è esatto continuare a dire che la Costituzione “nasce” dalla Resistenza, perché nascere significa anche distaccarsi. Più propriamente la Costituzione continua la Resistenza e, dopo la violenza e gli orrori della lotta, ne è il logico epilogo di pacificazione e di moderazione istituzionale.

Andrea Manzella
da la Repubblica, 25 aprile 2005

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