Italiani brava gente?
Un percorso: Cefalonia primo atto della Resistenza
Un percorso: La fabbrica di una democrazia

Gli ostaggi in attesa della scarica del plotone di esecuzione italiano
[I Balcani vennero trascinati nella seconda guerra mondiale in seguito all’attacco alla Grecia scatenato il 28 ottobre 1940 dall’Italia in soccorso della quale dovette intervenire la Germania nazista. Dopo la vittoria dell’Asse]
…l’occupazione italo tedesca determinò una gravissima crisi alimentare, posto che da un lato non era più possibile procurarsi grano all’estero, per lo stato di guerra, dall’altro che su di un territorio già così scarso di risorse veniva a pesare il sostentamento sia della popolazione sia delle truppe occupanti. La divisione del paese in tre zone d’occupazione ed in particolare il fatto che le regioni cerealicole della Macedonia orientale e della Tracia (dove si produceva circa il 60% del raccolto complessivo di cereali) fossero passate sotto la sovranità bulgara crearono le premesse del disastro; nell’inverno 1941-42 ad Atene la razione giornaliera del pane scese fino a 100-150 grammi pro capite, per conseguenza da dicembre a marzo morirono di fame nella sola capitale oltre 10.000 persone al mese (secondo dati dell’abitualmente cautissimo Comité International de la Croix Rouge - CICR - di Ginevra). L’unico intervento delle autorità militari italiane d’occupazione fu il blocco della città, in cui fu impedito entrassero convogli che portassero derrate alimentari. Quelle eventualmente sequestrate furono confiscate a benefìcio dei magazzini militari del Regio esercito. Una catastrofe di proporzioni ancora maggiori fu evitata solo grazie all’intervento, nell’estate del 1942, della Croce Rossa internazionale, che riuscì a garantire l’arrivo di approvvigionamenti tramite l’azione di Stati neutrali (primi tra tutti Svezia e Svizzera) e previo consenso della Gran Bretagna, che accetto nel caso specifico di sospendere il blocco navale. La carestia colpì duramente la popolazione civile anche nelle isole, dove la pratica delle confische e del blocco di beni di sussistenza fu uno degli strumenti più usati dalle autorità italiane di occupazione per reprimere comportamenti della popolazione civile giudicati poco consoni al “nuovo ordine” mussoliniano; tali furono i casi di Samo, dove il governatore italiano, ammiraglio Inigo Campioni, ordinò “di congelare e quindi confiscare tutto l’olio d’oliva e ia maggior parte dei viveri dell’isola”; di Mitilene, colpita da blocco degli approvvigionamenti perché si era rifiutata di consegnare il raccolto di olio d’oliva, di Sira e di Nasso .
Alla carestia ed al suo impiego come strumento per piegare i civili si aggiunse la repressione diretta; gli occupanti istituirono a Larissa, ad Hadari, all’Averof (Atene) ed altrove campi di concentramento destinati a chiunque fosse sospettato di opporsi al loro dominio; in molti casi ci furono fucilazioni in massa di deportati, i quali erano di norma obbligati a scavare da sé la propria fossa. Nel dopoguerra le autorità greche stilarono un elenco (complessivamente 131 casi definibili come crimini di guerra) di responsabili italiani dei campi di concentramento e di ufficiali del Regio esercito che guidarono rastrellamenti e repressioni i quali vennero classificati come criminali di guerra, ma la loro denuncia non ebbe esito…

Gli ostaggi mentre vengono colpiti dalle fucilate del plotone di esecuzione italiano
Dopo essere stato occupato dagli italiani al Montenegro fu formalmente dato dai nuovi padroni uno status giuridico di monarchia costituzionale alleata del Regno d’Italia e d’Albania (la denominazione formale dello Stato monarchico-fascista dal 1939); in realtà si trattava di una sorta di protettorato in cui tutti i poteri erano in mano all’amministrazione italiana che si serviva di un’amministrazione indigena collaborazionista con poteri assai limitati e funzioni sostanzialmente esecutive.
Alla proclamazione da parte italiana del Regno del Montenegro, il 12 luglio 1941, fece però immediata eco un’insurrezione popolare che riuscì in breve tempo a prendere il controllo di notevole parte della regione ed a catturare oltre 4.000 membri delle forze d’occupazione. La risposta di Roma fu estremamente dura; l’alto commissario italiano in Montenegro, Serafino Mazzolini (un funzionario dell’amministrazione civile), fu sostituito con il generale Alessandro Pirzio Biroli, già comandante delle truppe italiane in Albania, alle quali aveva in precedenza rivolto un bellicoso proclama che conteneva, tra l’altro, la seguente esortazione: “Ho sentito dire che siete dei buoni padri di famiglia. Ciò va bene a casa vostra: non qui. Qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”…

Militari italiani ritratti con gli ostaggi fucilati in Montenegro
In Montenegro a Pirzio Biroli venne data carta bianca; nessun mezzo era eccessivo per domare la ribellione; il generale si affrettò a comunicare ai soldati delle divisioni che gli erano state messe a disposizione ad hoc che la ribellione dei montenegrini li poneva al di fuori di qualsiasi legge, e perciò nessun militare italiano sarebbe stato punito per azioni commesse nel corso della repressione. Nel gennaio 1942 Pirzio Biroli ordinò alla divisione Pusteria, impegnata nella controguerriglia di “uccidere 50 civili per ogni ufficiale italiano ucciso o ferito”, mentre se la vittima era un soldato semplice la misura doveva essere di 10 civili fucilati; in Montenegro l’eliminazione in massa di ostaggi era diventa la norma, così come l’incendio e la distruzione di villaggi.
I comandi delle diverse unità italiane ingaggiarono tra loro una sorta di gara a chi era più duro nel reprimere, con ovvi effetti a cascata sui subalterni. Ad esempio, nel rastrellamento dei distretti di Nikéic e Eavnik, avvenuto nel periodo maggio-giugno 1943, la divisione italiana Ferrara saccheggiò e distrusse totalmente od in parte tutti i centri abitati della zona fucilando indiscriminatamente un gran numero di civili. Tra gli altri, il villaggio di Medjedje fu completamente annientato; al loro ritorno quelli tra i suoi abitanti che erano riusciti a salvarsi con la fuga trovarono tra le macerie carbonizzate 72 cadaveri mutilati, in gran parte vecchi od ammalati impossibilitati a muoversi. L’accanimento dimostrato dai soldati italiano trova la sua origine anche nell’esortazione loro rivolta dal generale comandante la divisione, Carlo Ceriana Mayneri, a non avere pietà per nessuno perché gli abitanti della zona erano colpevoli di avere aiutato e protetto in più modi i partigiani….
- leggi anche il fonogramma del generale Roatta

Militari italiani ritratti con gli ostaggi fucilati in Montenegro
Più complessa si presentava per l’occupante italiano la situazione nella Croazia, di cui il Regio esercito occupava la striscia sud-occidentale; cominciarono cosi, nella zona occupata come anche nella Dalmazia annessa, grandi rastrellamenti il cui obiettivo era fare terra bruciata attorno alle formazioni partigiane e contemporaneamente indurre i civili alla fuga.
Nel corso della vasta operazione antipartigiana denominata “Rog”, messa in atto alla metà di luglio 1942, decine di villaggi furono distrutti e saccheggiati, centinaia di persone furono sterminate. Un caso emblematico è quello di Podhum, un borgo nel Carnaro (la zona attorno a Fiume); nelle prime ore del mattino del 12 luglio il paese fu occupato da mezzi blindati italiani, gli uomini vennero arrestati e sottoposti ad una selezione. Tutti coloro che erano di età compresa tra 16 e 60 anni (120 in tutto) vennero uccisi a raffiche di mitragliatrice di fronte al resto della popolazione; le 300 case di cui era composto il villaggio vennero distrutte con i lanciafiamme. Altri 800 abitanti di Podhum (vecchi,
bambini, donne) furono deportati in campi di concentramento in Italia39. Sorte analoga toccò ad altri insediamenti vicini (Potkilavci, Vrana, Ponikve)…
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Graduato italiano malmena un ostaggio condotto alla fucilazione
Nel Carnaro a gestire i rastrellamenti furono unità italiane di polizia (carabinieri e unità della MVSN) al comando di Temistocle Testa, ma non diversamente si comportarono le unità dell’esercito regolare: nel corso della stessa operazione la divisione di fanteria “Re”, comandata dal generale Pelligra, saccheggiò e distrusse completamente cinque comuni (Cabar, Gerovo, Trsce, Plersce e Prezid); gli edifici incendiati furono oltre 2.000. Numerosi i massacri, tra cui particolarmente raccapricciante quello degli abitanti di Cabar; fuggiti nei boschi attorno al villaggio in fiamme, furono rastrellati dai militari italiani e - benché totalmente disarmati - fucilati in massa dopo essere stati riportati nel paese distrutto.
I militari italiani coinvolti nelle rappresaglie non mancavano di parlarne nelle lettere che spedivano alle famiglie: “Abbiamo ricevuto l’ordine di uccidere tutti quelli in cui ci imbattiamo e di incendiare ogni cosa, per cui speriamo di finire entro breve tempo”, scriveva un soldato alla moglie, ed un altro: “Quando effettuiamo un rastrellamento usiamo i lanciafiamme, non lasciamo in vita niente, bruciamo tutto”.
Brunello Mantelli (Università di Torino)
Gli italiani nei Balcani 1941-1943: occupazione militare, politiche persecutorie e crimini di guerra. Un tema di ricerca ancora lungi dall’essere approfondito.
Pubblicato in: Europäische Sozialgeschichte. Festschrift für Wolfgang Schieder, curato da Christof Dipper, Lutz Klinkhammer e Alexander Nützenadel, Berlin, Duncker & Humblot, 2000,alle pp. 57-74, con il titolo Die Italiener auf dem Balkan 1941-1943
(Traduzione del presente testo per la pubblicazione tedesca: Prof. Lutz Klinkhammer, Roma).
Negli archivi dell’ONU sono depositati 1.200 dossier a carico di italiani indagati per crimini di guerra dalla UNWCC
Fonte delle immagini: Fondo Voce comunista b. 95 f. 15, b.97, presso Fondazione ISEC (Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea, Sesto S.Giovanni, Mi) in www.criminidiguerra.it
