Il Blog di Storia e Memoria

Gennaio 14, 2010

Questo non è un uomo

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 La poesia
NEI GHETTI D’ITALIA
QUESTO NON è UN UOMO

Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d’asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d’amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la sua monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
“Ha sbagliato!”,
Certo che ha sbagliato,
L’Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l’elemosina di un’attenuante
Scrivono grande “NEGRO”,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
Ed un Centro di Ultima Accoglienza,
e quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all’ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra-A quel paese!
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Brutalità, roba da affari interni,
Né bontà, roba da Caritas, né
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.

Adriano Sofri
da la Repubblica 12 gennaio 2010

Agosto 9, 2009

Cefalonia, morto ultimo imputato

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ROMA - Nessun colpevole. A 66 anni dall’eccidio di Cefalonia, la morte dell’ex ufficiale nazista Otmar Muhlhauser, unico imputato nel processo in corso davanti al tribunale militare di Roma per la strage dei soldati italiani, chiude, senza condanne, il procedimento. Muhlhauser, infatti, è morto nella sua abitazione in Baviera. Il prossimo 8 settembre avrebbe compiuto 89 anni.

L’ultima inchiesta sulla strage dei soldati della Divisione Acqui fu aperta dalla procura militare di Roma che, lo scorso gennaio, chiese il rinvio a giudizio di Muhlhauser con l’accusa di aver ordinato la fucilazione del generale Antonio Gandin e di altri ufficiali italiani. Il 5 maggio, alla prima udienza del processo, la difesa di Muhlhauser sostenne che l’imputato era incapace di intendere e di volere. Il giudice dispose una perizia psichiatrica, rinviando al prossimo 5 novembre. Ma la morte di Muhlhauser cancella questa scadenza.

Dell’ufficiale nazista restano questa parole: “Tra gli ufficiali tedeschi si parlava della divisione italiana solo come dei traditori. Con l’ordine del Fuhrer era già chiaro che coloro che appartenevano alla divisione italiana andavo trattati completamente da traditori. Al tradimento vi era solo una risposta: l’esecuzione”.

Dunque, la vicenda giudiziaria per il peggior eccidio di militari italiani prigioneri compiuto dai tedeschi nella Seconda guerra mondiale si conclude senza colpevoli. Se si esclude, infatti, la condanna ’simbolica’ inflitta dal tribunale di Norimberga al generale Hubert Lanz (12 anni, ma ne scontò solo tre) tutti i numerosi processi che si sono svolti in Italia e in Germania si sono conclusi con un niente di fatto. 

“Ancora una volta ha trionfato la ragion di Stato - afferma Marcella De Negri, figlia di Francesco De Negri, ufficiale fucilato a Cefalonia - Muhlhauser non ha mai avuto alcun segno di pentimento ed ora è morto, tranquillo, nel suo letto”.

Luglio 15, 2009

La potenza nascosta del deserto

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 9:21 pm

 

Il deserto affascina e intriga da sempre. La poesia l’ ha talmente saccheggiato che è diventato un cliché da evitare. Il cinema ne ha fatto un luogo d’ avventura senza uscita. Uomini eccezionali come l’ esploratore e naturalista Théodore Monod (1902-2000) lo hanno attraversato in tutti i sensi per rivelarne le ricchezze inaudite e invisibili e per trovare la genesi del nostro pianeta. René Caillé, nel XIX secolo, fu il primo francese a spingere le porte del deserto e avventurarsi fino ai suoi limiti estremi. Lawrence d’ Arabia ci ha trovato i pilastri della saggezza e un luogo di riconciliazione tra Oriente e Occidente. Jean-Marie Gustave Le Clézio, premio Nobel 2008, ne ha fatto un tema sublime per un romanzo sui percorsi dell’ esilio intitolato Deserto. Altri pensano soltanto alle sue profonditàe all’ oro nero che vi si trova. Ma indipendentemente dal modo in cui ci rapportiamo al deserto, siamo senza certezze, senza pretese. Perché la sua vastità, il suo spazio infinito, la sua luce e i suoi miraggi ci riducono a un granello di sabbia, e ci troviamo di fronte ai nostri limiti e alle nostre illusioni. Il deserto non è il nulla. Non è vuoto; non è morto. È uno spazio vivo la cui sola vista ci porta a metterci in discussione. Epoi ci diciamo: che cosa fare di tutto questo spazio? Che cosa fare di questo sole costante e di questa immensità con cui in ogni caso non ci si può misurare? L’ oceano fa meno paura del deserto. Eppure, quando lo si studia con pazienza e umiltà, con intelligenza e inventiva, non solo si può renderlo molto utile ma anche molto vicino all’ uomo che vive nelle città o nelle campagne. È in quest’ ottica che si pone il progetto Desertec, un ambizioso progetto europeo per lo sfruttamento dell’ energia dei deserti. La potenza nascosta del deserto sarà finalmente messa a frutto per produrre quella che viene chiamata «energia verde», pulita, e che ridurrà le emissioni di anidride carbonica e rafforzerà la sicurezza dell’ approvvigionamento energetico per l’ Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente. In Marocco e nel Mar Rosso, per generare un complemento d’ elettricità,è già in uso lo sfruttamento dell’ energia eolica. Senza entrare nei dettagli tecnici, che non conosco, trovo straordinario che la scienza riesca a escogitare simili progetti per cercare di migliorare le condizioni di vita del pianeta, proteggere il clima e garantire l’ acqua potabile all’ umanità. Gli uomini sono capaci sia di fare ricerche approfondite e sofisticate per trovare l’ arma migliore per uccidere il maggior numero di persone, sia di mettere la loro intelligenza al servizio della sopravvivenza del pianeta. Come dico spesso ai bambini delle scuole a proposito del Bene e del Male, l’ umanità può produrre tanto un Mozart quanto un Hitler. Allora quando gli scienziati si dedicano al deserto per trarne il meglio, non posso che applaudire e smettere di disperare completamente di quest’ umanità. Così il sole maghrebino non sarà più sinonimo di siccità ma diventerà una fonte di vita e di luce. Luce elettrica ma anche luce spirituale, poiché, come ha dimostrato Théodore Monod, nel deserto e nel suo mistero si desta e vive la spiritualità, quella che ci avvicina al cuore del mondo e ci allontana dal suo sporco involucro i cui luccichii sono solo menzogne. La luce verrà da lontano; cambierà delle vite creando posti di lavoro e, viaggiando sull’ acqua del mare, consoliderà un legame formidabile tra il sud e il nord, un ponte di luce e di vita. Questo progetto scientifico, se verrà applicato per gli usi concreti e nel rispetto degli uomini e del loro ambiente, diventerà una splendida metafora della cooperazione tra le genti del deserto e le genti delle città sovrappopolate. Per il poeta sufi (mistico) Ibn Arabi (1165-1241) il deserto è «l’ immaginazione assoluta». Non a caso nel Corano si dice che «la luce non è il fuoco». È dal deserto, da quell’ immensità che ha l’ aspetto dell’ eternità, che emerge l’ Invisibile e che uomini di scienza hanno fatto di quell’ Invisibile una fonte di chiarezza e di vita. Si sa che ai Paesi del Golfo il petrolio non ha portato soltanto ricchezza materiale. È stato accompagnato da problemi che hanno spinto un osservatore della regione a commentare che «la manna del petrolio è in realtà una disgrazia». Il Marocco non ha petrolio ma ha un Sahara eccezionale. Che da questa regione possa scaturire la luce che illuminerà l’ occidente è una benedizione della natura e della scienza. Dobbiamo sperare che gli uomini siano all’ altezza di questa bella ambizione e non se la lascino sfuggire per ragioni commerciali. Traduzione di Elda Volterrani.

 TAHAR BEN JELLOUN

la  Repubblica 12 luglio 2009

Catturare il sole

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Sole per tutti. I padri fondatori sono Archimede ed Edison. Il progetto è figlio degli intellettuali del Club di Roma, da sempre attenti al problema della scarsità di risorse. I soldi sono, per ora, tedeschi. L’ obiettivo è portare in Europa energia dal sole del Sahara. La data in cui tutto dovrebbe avere inizio è domani. Si riuniscono a Monaco di Baviera una ventina di aziende dai nomi pesanti: Munich Re, Siemens, Deutsche Bank, E.On, Rwe, insomma, una fetta cospicua del gotha dell’ economia tedesca. Il risultato dovrebbe essere la formazione di un consorzio che dia gambe al progetto - chiamato Desertec - mettendo sul piatto i primi investimenti di un piano che, alla fine, costerà la cospicua cifra di 400 miliardi di euro. Il punto chiave non è l’ idea, che non è nuova. Se ne è parlato anche a livello di governi: il «Piano solare» era il progetto preferito di Nicolas Sarkozy, al momento del lancio dell’ Unione per il Mediterraneo, quando la Francia aveva la presidenza dell’ Unione europea. La differenza è che il piano solare smette di essere solo un file di computer, qualche diapositiva di una presentazione PowerPoint, un paio di paragrafi nei discorsi di un ministro. Diventa arena degli interessi forti dell’ economia. Qui l’ ecologia, l’ energia pulita e la conseguente riduzione delle emissioni di anidride carbonica non sono un ideale, ma uno strumento. Munich Re, un gigante delle assicurazioni, si preoccupa delle polizze che copronoi danni creati dall’ effetto serra. E.One Rwe, colossi dell’ elettricità tedesca ed europea, cercano alternative efficienti al ventaglio di problemi creati dal carbone, dal gas e dal nucleare. Per la Siemens, che le infrastrutture per la produzione e la distribuzione di elettricità le costruisce, è semplicemente business. Per chi crede che i meccanismi di mercato, una volta messi in moto, siano una forza assai più affidabile e potente dei disegni dei politici, la riunione di Monaco, se andrà a buon fine, è una svolta. Toccherebbe, dunque, alla vecchia «mano invisibile» di Adam Smith realizzare un’ idea tanto grandiosa, quanto, al fondo, semplice. Secondo l’ Institute for Energy, che lavora per la Commissione di Bruxelles, basterebbe lo 0,3 per cento della luce solare che cade sui deserti del Sahara e del Medio Oriente per soddisfare l’ intero fabbisogno di energia dell’ Europa. Nessuno, tuttavia, pensa ad un’ unica fantasmagorica megacentrale. Il progetto Desertec prevede la messa in opera di decine di centrali solari di medie dimensioni, in un arco che va dal Marocco alla Giordania. Quali centrali? È qui che entra in campo Archimede. Non si tratterebbe, infatti, di centrali a pannelli fotovoltaici, più costosi, meno adatti alla produzione su grande scala, più erratici nel rendere disponibile l’ energia, ma di centrali a concentrazione termica. Si tratta di installare una platea di specchi concavi (in California, per abbattere i costi, stanno tentando di ottenere lo stesso risultato con specchi piatti) che riflettano e concentrino la luce solare in un punto. Con questo sistema Archimede ci bruciava le navi nemiche. Qui invece la luce si concentra su una cisterna: il liquido al suo interno si riscalda, bolle e il vapore che ne risulta viene utilizzato per muovere una turbina che genera elettricità, come in qualsiasi centrale convenzionale o nucleare. È una tecnologia già ampiamente sperimentata, dalla California alla Spagna: anche l’ Italia sta avviando una piccola centrale di questo tipo in Sicilia. Usando nella cisterna, invece di acqua, una miscela di sali fusi, si riesce a conservare il calore e a far girare la centrale di notte, anche se l’ obiettivo delle 24 ore su 24 non è ancora stato raggiunto. I costi, man mano che la tecnologia si diffonde, stanno scendendo rapidamente. Già oggi siamo a meno di dieci centesimi di euro per kilowattora. I tecnici di Desertec calcolano che un boom delle centrali solari termodinamiche, come quello che verrebbe suscitato dal progetto, creerebbe economie di scala, sufficienti a spingere il costo del kilowattora a 4-5 centesimi. A ridosso del carbone e al di sotto del nucleare. Nel progetto Desertec, parte dell’ elettricità prodotta verrebbe utilizzata nei Paesi d’ origine (ad esempio, nei dissalatori) e una quota verrebbe esportata in Europa. Una volta completato il progetto - e spesi quattrocento miliardi di euro - l’ Europa si assicurerebbe dal Sahara il 15 per cento del suo fabbisogno energetico. Già dal 2020, tuttavia, l’ Europa, spendendo intorno ai quaranta miliardi di euro, potrebbe disporre di venti gigawatt di energia, che corrispondono ad un terzo del fabbisogno complessivo italiano: venti Gw sono, comunque, l’ equivalente di venti centrali convenzionali o nucleari. Ma vale la pena di produrre elettricità nel Sahara per trasportarla fino in Europa? Dopo Archimede, è questo il momento di Thomas Edison. Noi, oggi, trasportiamo elettricità a corrente alternata. Ma è più frutto del caso che di una migliore tecnologia. Edison sosteneva che la corrente diretta fosse più efficiente. Nikola Tesla (e la Westinghouse) erano per la corrente alternata. Vinse Tesla, per il semplice motivo che, al momento della disputa (fine Ottocento), esistevano già trasformatori per ridurre la tensione degli elettrodotti a corrente alternata e distribuire l’ elettricità nelle case, ma non per la corrente diretta. Oggi assistiamo alla vendetta di Edison. La corrente alternata (dove la direzione del flusso si inverte più di cento volte al secondo) ha una dispersione più alta. Su un tragitto di mille chilometri, un elettrodotto a corrente alternata perde il dieci per cento dell’ energia che trasporta. Di più se corre sott’ acqua o sottoterra. Su un tragitto di mille chilometri, invece, un elettrodotto a corrente continua perde solo il tre per cento dell’ energia. Trasportare elettricità dal Sahara in Germania comporterebbe una perdita del 10-15 per cento dell’ energia trasportata. Una perdita, dicono quelli di Desertec, ampiamente compensata dalla maggiore energia prodotta rispettoa centrali collocate in Germania. Le ore di sole, nel Sahara, sono 1.800 l’ anno, il doppio dell’ insolazione del Nord Europa. Insomma, una raggiera di centrali nel deserto, collegata da grandi elettrodotti (in parte già previsti indipendentemente, come fra Italia e Tunisia) a snodi in Europa, da cui l’ energia verrebbe ridistribuita nel territorio. Ma possiamo fidarci, per alimentare le lampadine di casa, di Gheddafi? Visto che, già oggi, ci fidiamo di Putin e Yushenko e del gas che arriva a singhiozzo dall’ Ucraina, la scommessa non sembra troppo azzardata. Inoltre, anche un blackout totale di questo quindici per cento del fabbisogno che arriva dal Sahara potrebbe essere gestito, senza catastrofi, dall’ attuale sistema elettrico, dove già esiste un cuscinetto di emergenza del venti per cento. Al contrario, una volta stabilito il - non facile - principio di produrre lontano l’ energia che ci serve e poi gestirla e distribuirla collettivamente in Europa, il progetto Desertec è, forse, fin troppo timido. A pianificare più in grande ci ha pensato Gregor Czisch, un esperto dei sistemi di energia dell’ università di Kassel (ancora in Germania). Il suo piano non è in contrapposizione a Desertec. Ne è piuttosto un complemento, che ne allarga il respiro geograficoe tecnologico. Potremmo chiamarlo Desertec 2. Dice Czisch: perché limitarsi alle centrali solari? La costa atlantica del Maroccoe alcune aree del Medio Oriente offrono ottime potenzialità di energia dal vento. Anche queste turbine dovrebbero entrare nella SuperRete immaginata dal progetto Desertec. Soprattutto, dovrebbero entrarci le rinnovabili europee. Tutte le pale e le turbine che ci sono e ci saranno sempre più sulla costa atlantica europea e nel Nord Europa, fino agli Urali. Più le tante centrali a biomasse delle regioni boscose e le idroelettriche di quelle di montagna. Immaginare l’ Europa come un unico grande sistema elettrico consente di superare d’ un colpo quello che, oggi,è il più grosso handicap delle energie rinnovabili come il sole e il vento. Le centrali solari producono energia quando c’ è sole. Le turbine eoliche, quando c’ è vento. Niente sole, niente vento, niente energia. Ma il sole e il vento, da qualche parte, ci sono sempre. Se non c’ è vento in Danimarca, ce n’ è in Biscagliao in Marocco. Il problema è renderlo disponibile in Danimarca, attraverso una SuperRete. Il progetto di Czisch prevede anche un cuscinetto d’ emergenza. L’ energia in eccesso prodotta dalle centrali solari o eoliche (quando, cioè, c’ è troppo vento o troppo sole rispetto alla domanda) potrebbe essere utilizzata per ricaricare le centrali idroelettriche delle Alpi, ritrasportando in alto l’ acqua, da far ricadere poi a valle, per muovere le turbine, nel caso di un inatteso picco della domanda. Il progetto di Czisch è, per ora, solo un’ utopia custodita nel suo computer. Le simulazioni dello stesso computer hanno, però, un riscontro molto concreto. Una simile SuperRete, organicamente e collettivamente gestita, consentirebbe di soddisfare l’ intero fabbisogno di un’ Europa sempre più affamata di energia. Tutto con le rinnovabili: niente carbone, niente gas, niente nucleare. Il conto? Salato: 1.500 miliardi di euro. Come al ristorante, però, non bisogna solo guardare la cifra in fondo. Secondo l’ Agenzia internazionale dell’ energia, entro il 2030 il mondo dovrà comunque spendere 13.600 miliardi di euro nella costruzione di nuove centrali elettriche. Dei 1.500 miliardi di euro stimati da Czisch, 1.400 servirebbero per la costruzione di centrali che, probabilmente, dovrebbero essere costruite lo stesso, a carbone, a gas, nucleari. O, appunto, solari od eoliche. Il costo effettivo della SuperRete necessaria per collegare le centrali del suo piano è assai più maneggevole: 128 miliardi di euro. A volte, se si pensa davvero in grande, anche i grandi problemi diventano più piccoli. 

 MAURIZIO RICCI

la Repubblica - 12 luglio 2009

Giugno 4, 2009

A new beginning

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 6:45 pm

“I have come here
to seek a new beginning”

di BARACK OBAMA

 

I am honored to be in the timeless city of Cairo, and to be hosted by two remarkable institutions. For over a thousand years, Al-Azhar has stood as a beacon of Islamic learning, and for over a century, Cairo University has been a source of Egypt’s advancement. Together, you represent the harmony between tradition and progress. I am grateful for your hospitality, and the hospitality of the people of Egypt. I am also proud to carry with me the goodwill of the American people, and a greeting of peace from Muslim communities in my country: assalaamu alaykum.

We meet at a time of tension between the United States and Muslims around the world - tension rooted in historical forces that go beyond any current policy debate. The relationship between Islam and the West includes centuries of co-existence and cooperation, but also conflict and religious wars. More recently, tension has been fed by colonialism that denied rights and opportunities to many Muslims, and a Cold War in which Muslim-majority countries were too often treated as proxies without regard to their own aspirations. Moreover, the sweeping change brought by modernity and globalization led many Muslims to view the West as hostile to the traditions of Islam.

Violent extremists have exploited these tensions in a small but potent minority of Muslims. The attacks of September 11th, 2001 and the continued efforts of these extremists to engage in violence against civilians has led some in my country to view Islam as inevitably hostile not only to America and Western countries, but also to human rights. This has bred more fear and mistrust.


So long as our relationship is defined by our differences, we will empower those who sow hatred rather than peace, and who promote conflict rather than the cooperation that can help all of our people achieve justice and prosperity. This cycle of suspicion and discord must end.

I have come here to seek a new beginning between the United States and Muslims around the world; one based upon mutual interest and mutual respect; and one based upon the truth that America and Islam are not exclusive, and need not be in competition. Instead, they overlap, and share common principles - principles of justice and progress; tolerance and the dignity of all human beings.

I do so recognizing that change cannot happen overnight. No single speech can eradicate years of mistrust, nor can I answer in the time that I have all the complex questions that brought us to this point. But I am convinced that in order to move forward, we must say openly the things we hold in our hearts, and that too often are said only behind closed doors. There must be a sustained effort to listen to each other; to learn from each other; to respect one another; and to seek common ground. As the Holy Koran tells us, “Be conscious of God and speak always the truth.” That is what I will try to do - to speak the truth as best I can, humbled by the task before us, and firm in my belief that the interests we share as human beings are far more powerful than the forces that drive us apart.

segue……..

Febbraio 15, 2009

Nazisti impuniti

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 7:32 am

 

Ci sono 15 criminali di guerra nazisti, tutti condannati in Italia con sentenze definitive all’ergastolo, che vivono tranquillamente a casa loro in Austria e in Germania: di fronte a questa situazione, “io penso che lo Stato italiano dovrebbe fare qualcosa”, dice il procuratore generale presso la Corte militare d’Appello, Fabrizio Fabretti.

Il “grave problema”, di cui Fabretti ha parlato nella cerimonia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario militare, è quello della “mancata esecuzione di numerose sentenze irrevocabili di condanna all’ergastolo nei confronti di cittadini tedeschi e austriaci”, ritenuti responsabili di alcune delle più gravi stragi della seconda guerra mondiale. Le inchieste, avviate in Italia solo nel 1995, dopo il rinvenimento dei fascicoli occultati per decenni nell’ormai famoso “armadio della vergogna”, hanno portato a 26 ergastoli, ma solo tre imputati sono stati rinchiusi in carcere in seguito a queste condanne: Priebke, Hass e Seifert. Solo quest’ultimo è tutt’ora rinchiuso a Santa Maria Capua Vetere, mentre Priebke è ora ai domiciliari e Hass è morto nel 2004.Per gli altri 15 ergastoli definitivi, i pm militari hanno emesso negli ultimi tempi altrettanti mandati di cattura europei, tutti rispediti al mittente. “Le autorità tedesche e austriache hanno comunicato che non intendono dare seguito alla richiesta di arresto e consegna dei condannati”, spiega il pg Fabretti, aggiungendo però che in alcune risposte è stato suggerito di richiedere l’esecuzione della pena nei Paesi di residenza. E’ quello che ha subito fatto il magistrato che aveva emesso il maggior numero di mandati, il procuratore militare della Spezia Marco De Paolis, che ha “ripetutamente interessato il ministero della Giustizia - il 25 gennaio, il 7 marzo e il 15 maggio 2008 - ma non ma mai ottenuto risposta”, spiega il Pg. Da qui la richiesta al ministro della Difesa di “valutare l’opportunità di un intervento” presso il Guardasigilli “al fine di dare doverosa esecuzione a queste sentenze”. Il sottosegretario alla Difesa, Giuseppe Cossiga, presente alla cerimonia, si è fatto carico del problema: “Ci innervosiamo molto quando questo accade in relazione a quattro stupratori che vanno a casa e appare quanto meno curioso che ciò avvenga in casi come questi”, osserva Cossiga.

Ma quali sono i ‘casi’ di cui si parla? I 15 criminali di guerra nazisti (oggi tutti ultraottantenni) di cui i magistrati con le stellette chiedono invano l’esecuzione delle pene all’ergastolo, sono stati condannati per alcuni degli episodi più raccapriccianti della seconda guerra mondiale. Secondo quanto è stato possibile ricostruire del gruppo farebbero parte due degli autori dell’eccidio di Marzabotto (770 morti), Hubert Bichler e Josef Baumann, e otto dei dieci condannati (gli altri due sono deceduti) per la strage di Sant’Anna di Stazzema, nella quale il 12 agosto 1944 furono trucidati 560 civili, tra cui 116 bambini, il più piccolo di soli 20 giorni. Ergastolani a piede libero anche Eduard Scheungraber e Herbert Stommel, entrambi condannati per l’uccisione di 13 persone a Falzano di Cortona, e Max Josef Milde, ex orchestrale della divisione ‘Herman Goering’, riciclatosi nella ‘Feldgendarmerie’, condannato per la strage di Civitella d’Arezzo del 29 giugno 1944, costata la vita a 207 civili. Definitiva la condanna all’ergastolo anche per Hermann Langer, ex sottufficiale delle SS accusato della strage della Certosa di Farneta (Lucca), in cui persero la vita circa 50 persone e per Heinrich Nordhorn responsabile di aver ordinato l’impiccagione, per rappresaglia, di dieci persone a Branzolino e San Tomé, nel forlivese.

ANSA 11 febbraio 2009

Gennaio 27, 2009

Serve una rivoluzione ecologista

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 8:35 am

Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, accoglie con prudente soddisfazione l’annuncio della nuova politica energetica di Obama.
“Non ho dubbi sui disastri ambientali determinati dalla presidenza Bush. Adesso effettivamente quella pagina è stata voltata. Però bisogna andare avanti, bisogna sfogliare altre pagine per arrivare a concludere il processo di trasformazione epocale di cui vediamo solo l’inizio”.

È quello che lei chiama la terza rivoluzione industriale, un processo lento. Non si rischia di smarrirne il filo conduttore?
“Non è che l’elettricità ha sostituito il vapore da un giorno all’altro: sono cambiamenti epocali che procedono in maniera irregolare, con accelerazioni rapide in un’area e arretramenti in un’altra”.

Quali dovrebbero essere i prossimi passi della Casa Bianca per sostenere questo processo di cambiamento?
“Oltre alle centrali elettriche bisogna puntare sugli altri due pilastri della terza rivoluzione industriale. Prima di tutto intervenire sugli edifici non solo per limitare gli sprechi ma per compiere un salto tecnologico più impegnativo. Case e uffici devono produrre energia, non consumarla. Ormai la tecnologia per arrivare a questo risultato è a portata di mano: coibentazione, pannelli solari che avvolgono l’edificio, geotermia, energia dai rifiuti e anche il mini-eolico faranno sì che le case si trasformino in micro centrali elettriche”.

Il terzo pilastro?
“È la conseguenza logica del precedente. Il sistema che ho descritto ha una geometria profondamente diversa dall’attuale albero di distribuzione dell’energia elettrica, che segue il vecchio modello basato su alcuni grandi rami e i capillari a scendere. Nascerà l’internet dell’energia: una rete elettrica interattiva e decentrata, capace di leggere l’offerta e i bisogni che vengono da ogni punto creando in ogni momento la migliore sinergia possibile. È un modello più affidabile perché riduce i rischi di black out, più sicuro perché l’energia è prodotta sul posto, più democratico perché sostituisce il potere di pochi con il contributo di milioni di persone”.

Per arrivare a questo salto bisogna però rendere più convenienti le fonti rinnovabili: è quello a cui punta Obama.
“E infatti l’annuncio della Casa Bianca è un’ottima notizia. Ma, ripeto, è solo la premessa per un cambiamento che dovrà essere molto più radicale: senza la visione d’assieme, senza la capacità di pensare a lungo termine, il rilancio delle fonti rinnovabili rischia di restare privo di solide basi”.

Lei sarà sabato prossimo a Bologna per chiudere il festival dell’urbanistica presentando il manifesto per l’architettura del prossimo millennio. Sarà tutto centrato sulla questione energetica?
“Certamente. Oggi gli edifici consumano tra il 30 e il 40 per cento del totale dell’energia utilizzata, e producono un’equivalente percentuale di gas serra. Immaginare una trasformazione come quella che ho descritto vuol dire abbracciare un concetto di architettura nuovo e rivoluzionario. Se a questi elementi aggiungiamo l’uso dell’idrogeno come contenitore flessibile per l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili, otteniamo il quadro di una società post-anidride carbonica in cui vivere sarà molto più piacevole. Ed è anche il solo modello capace di rimettere in moto il sistema economico che si è inceppato”.

la Repubblica 27 gennaio 2009

27 gennaio 2009

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 8:29 am

Pensavamo di aver bandito la guerra dall’orizzonte della nazioni democratiche e invece nei giorni appena trascorsi l’abbiamo dovuta di nuovo guardare con i nostri occhi, abbiamo dovuto misurarci con la distruzione e il dolore, con la violenza cieca della guerra che non distingue responsabilità individuali.

Che questo giorno sia di memoria della Shoa e della tragedia delle guerre, di tutte le guerre. Che la memoria dell’orrore spinga a cercare disperatamente, ossessivamente altre forme di difesa e di relazione  tra gli uomini, a creare diverse forme collettive di azione contro chi pensa che la distruzione dell’altro sia la soluzione dei propri problemi, sia la porta aperta al raggiungimento dei suoi obiettivi.

Se il 1900 è stato il secolo delle guerre, ed oggi commossi e spaventati lo ricordiamo, lottiamo perchè il secolo 2000 sia il secolo della pace. 

 

Gennaio 9, 2009

Nonostante la memoria della guerra

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 12:32 pm

Il mondo è pieno di lampi e di angoscia per la guerra e per il terrorismo. Un’angoscia che è andata crescendo dopo l’11 settembre 2001, dall’Afghanistan all’Iraq: un’angoscia che attanaglia il cuore degli uomini e sembra paralizzare le intelligenze ed ottundere le coscienze, incapaci di imboccare il sentiero della ragione, nonostante l’esperienza e la memoria del massacro della seconda guerra mondiale.

Noi ci siamo illusi che quella fosse stata la lezione indimenticabile del mai più guerre e non abbiamo saputo impedire lo stillicidio di una ininterrotta serie di guerre regionali, di violenze locali, che hanno reso la seconda metà del secolo scorso non dissimile dalla sua prima metà. Ma l’angoscia di oggi non è quella di prima dell’11 settembre. Oggi l’angoscia ci deriva da una guerra che ben può definirsi il primo conflitto dell’Era globale. Una guerra che ha relegato nella marginalità tutte le violenze regionali precedenti, che ha ricadute su tutti i popoli tramite una strategia mediatica lugubre, di cui il terrorismo, che la guerra globale esprime, si avvale oltre qualsiasi limite di crudeltà umana, oltre i limiti di tutte le barbarie conosciute.
L’origine e lo sviluppo del terrorismo di oggi ripetono esattamente i processi di sviluppo della guerra e del terrorismo nazifascista. La guerra e le violazioni contro l’umanità, la guerra e il terrorismo, la guerra e le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, la guerra e la Risiera di San Sabba e Mauthausen, la guerra e la scuola di Beslan, la guerra e il metrò di Mosca, il teatro di Mosca, gli aerei di Mosca, la guerra e i cortili dell’Iraq, gli ostaggi sgozzati, la guerra e le strade di Israele e la stazione di Madrid e la metropolitana di Londra. [E la città di Dubai]
Non c’è dubbio, il terrorismo è la guerra. Il terrorismo è una sfida mortale che minaccia tutto il mondo. Nella lotta contro questa minaccia è indispensabile essere uniti, non c’è dubbio. Ma tutti debbono avere l’umiltà, prima, e il coraggio, poi, di confrontarsi e di dialogare e di percepire dove matura, dove avviene l’incubazione che precede l’esplosione del terrorismo.
Se le stragi del terrorismo servissero solo per una chiamata alle armi, significherebbe soltanto che gli uomini retrocedono nel buio dei secoli, che si degradano al livello tribale, che non hanno capito nulla della storia della carneficina della prima guerra mondiale, della carneficina della seconda guerra mondiale, del terrorismo del nazismo e del fascismo.
Le lacrime dell’anima non debbono appannare la capacità di capire, di scegliere, di agire tutti insieme. È, questa, la condizione perché l’efficacia contro il male comune sia massima. L’Europa con gli Stati Uniti, l’Europa e gli Stati Uniti insieme con le Nazioni Unite, l’Europa e gli Stati Uniti e le Nazioni Unite insieme con i popoli arabi e con l’Islam, per convincere i popoli arabi e l’Islam che hanno un avvenire diverso da quello del fanatismo, per convincerli che l’occidente non vuole imporre a nessuno i suoi modelli con i bombardamenti, che non ha in animo nessun colonialismo di tipo nuovo per impadronirsi delle risorse degli altri popoli.

Gianfranco Maris
Presidente dell’Aned e della Fondazione Memoria della Deportazione 

intervento al Convegno Fascismo Foibe Esodo Trieste 23 settembre 2004
 

Gennaio 3, 2009

Buon anno!

Archiviato in: Varie — Storia e memoria @ 4:31 pm

Inizia con scene di guerra questo nuovo anno.

Chi, come noi, si ferma a ricostruire gli eventi di guerra degli anni passati della nostra storia e di quella dell’Europa non può che convenire sulla tragica inutilità della guerra e della violenza, sulla crudeltà di cancellare con determinazione umana i sogni, le speranze, le piccole gioie, i legami di affetto e di tenerezza degli individui e dei gruppi umani.

Che questi  lampi di inizio anno cedano il passo a un periodo di luce diffusa e pacata, ad una pace durevole e giusta nella terra di Palestina.

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